PRIMO ANNIVERSARIO DEL MASSACRO DI ACTEAL

Acteal, Chenalhò, Chiapas, Messico, 22 dicembre 1998

Messaggio dell'Organizzazione della Società Civile "Las Abejas"

e del Gruppo Pastorale della Parrocchia di San Pedro Chenalhò, Chiapas

nel primo anniversario del massacro di Acteal

"ci premono da tutti i lati, ma non ci schiacciano; siamo nei guai, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; ci buttano giù ma non ci uccidono; viviamo continuamente nei nostri corpi il supplizio di Gesù, perché anche la sua vita traspaia nel nostro corpo." (2 Cor 4, 8-10)

Fratelli e sorelle:

Questo 22 dicembre celebriamo il primo anniversario dei nostri martiri di Acteal.

Ricordiamo i nostri 45 compagni e compagne, nonni e nonne, padri e madri, fratelli e sorelle brutalmente assassinati da un gruppo paramilitare mentre realizzavano una duegiorni di digiuno e d'orazione per la pace.

Non ci risulta difficile ricordare i nostri martiri.

Ogni 22 del mese, per dodici mesi abbiamo celebrato la loro memoria.

Sono con noi ogni giorno, ogni ora e ogni secondo.

Ricordiamo come sono stati, riscattiamo le loro parole, riviviamo la loro presenza in ogni cosa che avevano posto, in ogni spazio che avevano occupato nella nostra comunità.

Erano molto amati, lo sono ancora.

L'amore e la delicatezza sono cose molto difficili da dimenticare.

Li abbiamo seppelliti dentro di noi.

E' un cimitero comunitario.

Così sono sempre visibili, sempre parlandoci, sempre animandoci, sempre resistendo con noi.

Non è scomparso il grande dolore lasciatoci da questo massacro.

E' un peso enorme quello che grava sulle nostre spalle.

Potremmo dire che anche noi siamo stati massacrati con loro.

Il cuore si è straziato e ci sono ferite che non si chiuderanno, che rimangono aperte.

I lamenti quotidiani continuano ancora oggi perforando l'udito e salendo fino al cielo.

Abbiamo ricevuto durante quest'anno un'eredità di queste sorelle e questi fratelli martiri che sarebbe ingiusto non condividere con tante compagne e compagni che ci hanno espresso la loro solidarietà.

Non è un'eredità di potere, poiché riuscivano appena a sopravvivere come molti di noi e come molti altri in questo paese tanto disuguale e ingiusto; non è un'eredità di ricchezza, poiché possedevano lo stesso che migliaia di indigeni del Messico e dell'America Latina: quasi nulla; non è nemmeno un'eredità di fama: non si sapeva nulla di loro finché non sono morti.

Acteal era una parola rara e sconosciuta per il mondo.

Quindi si tratta di un altro tipo di eredità.

I martiri di Acteal hanno aperto ancora di più i nostri occhi.

Sapevamo com'era questo mondo, poiché l'esperienza di essere una popolazione indigena in Messico, basta e avanza per rendersi conto di come andiamo.

Ma non sapevamo di poter arrivare a questi estremi; i martiri ora ce l'hanno detto.

Hanno pagato con la vita per comunicarci questa verità tanto dura.

Ci lasciano questa eredità.

E noi la stiamo sperimentando con questo: una giustizia che in Messico non arriva; arrivano le parole, false, dei potenti; arrivano le promesse e gli impegni, che poi rimangono lì, dei governanti; arrivano le risorse che si distribuiscono, così accade qui, politicamente, per favorire un gruppo ed escluderne un altro, per dividere i fratelli; arrivano le armi, e molte, in mezzo ad una crisi terribile che sta sottomettendo questo paese, per armare assassini, per consolidare i gruppi governativi, per rinvigorire un esercito che non si stanca di strapparci le terre e di controllare la nostra popolazione.

Arriva tutto questo, ma la giustizia e la pace non arrivano.

Si allontanano sempre di più di volta in volta.

Ad un anno dal massacro la nostra situazione non migliora, si aggrava: 10.500 rifugiati nel municipio senza possibilità di ritornare alle nostre terre; paramilitari liberi e armati; abbiamo più esercito che mai (a Chenalhò un soldato ogni 12 abitanti, senza contare le forze della Polizia di Sicurezza Pubblica), però abbiamo meno maestri che mai, i nostri figli hanno già perso due anni di scuola; il nostro parroco padre Miguel Chanteau è stato vilmente espulso dal Messico due mesi dopo il massacro; ancora non abbiamo ricevuto gli indennizzi per le nostre case bruciate e per le nostre cose e i nostri raccolti rubati, hanno ricevuto, questo sì, i piccoli famigliari delle vittime, 35 mila pesos per ognuno dei morti e li hanno ricevuti perché pensiamo questo: i nostri morti non hanno un valore monetario.

Ci possono dare poco o tanto, quello che sia, ma non hanno un valore economico.

Se ci danno 35 mila pesos va bene, li riceviamo perché con questo il governo riconosce la sua responsabilità criminale nel massacro.

Toccherà poi ad altri giudicare se la quantità di denaro pagata non mostri nuovamente la meschinità del governo quando si tratta di indios.

Però abbiamo anche ricevuto dai martiri un'eredità fattasi parola soave e ricevuta con freschezza all'interno del nostro cuore.

Ce la dicono quasi in segreto, come per depositare qualcosa di molto valore in ognuno di noi.

E questa parola è molto semplice: resistete.

Non datevi per vinti. Animate i vostri cuori.

Continuate lavorando e lottando.

Sognate, continuate a sognare, facendo così sognare gli altri.

Non siete soli.

E crediamo che i nostri martiri abbiano parlato attraverso molte voci, molti cuori sensibili che si sono azzardati a venire fino qua, nonostante agli stranieri sia proibito visitare Acteal dall'Istituto Nazionale dell'Immigrazione (200 osservatori di almeno 12 paesi).

Uno di questi, dal Portogallo, ha detto che se la sua voce non serviva, ce l'avrebbe regalata.

E così ha fatto.

Un altro che arrivava da Oaxaca con varie tonnellate di mais, alle nostre preoccupazioni sul fatto che da un anno vivevamo sui regali, ci ha risposto che non era elemosina, era solidarietà; il suo era un apporto per resistere, perché eravamo parte della stessa lotta: aiutandoci, loro stessi resistono.

E ancora un altro che ci accompagna da 40 anni: Tatic Samuel Ruiz Garcìa.

Lui crede in quello che predica e predica con l'esempio.

Conosce la persecuzione, la calunnia, la sofferenza, però sa anche che nel profondo del cuore esiste una felicità che non può essere strappata da nessuno, quando queste cose si vivono nel Regno di Gesù e nella sua giustizia.

E con loro ci hanno regalato la loro voce, il loro tempo, la loro solidarietà.

Hanno fatto di questo piccolo paraggio un grande centro di indignazione, di coraggiosa denuncia, di speranza condivisa.

Parlare di Acteal significa parlare del Chiapas, delle popolazioni indigene, dei molti Acteal che ci sono in Messico e nel mondo.

Significa parlare del dolore e del terrore a cui vuole sottometterci il potere, ma è anche parlare di un ora basta, di resistiamo, di sì si può, di ora no, e perché no, pure di un amore grande, indigeno, fratello, compagno e amico.

Ci sono momenti in cui la tristezza e le lacrime si trasformano in allegria.

Questi nostri martiri fanno già parte delle radici forti del popolo maya, delle popolazioni indigene.

Da più di 500 anni questo albero resiste.

Non solo resiste, si fa più forte, più frondoso, nonostante gli enormi sforzi per tagliarlo.

Con il massacro il governo si è unito a tale sforzo.

La risposta indigena è stata contraria, ora ci sono i germogli e noi non siamo disposti a nasconderli.

Noi dobbiamo una parola a tutti voi.

E questa parola è una di quelle che noi usiamo più comunemente, ma che per il nostro popolo esprime qualcosa di sacro: Colaval, grazie; Colavalic Cuts' calaltac, grazie sorelle e fratelli.

E vogliamo rimandarvi la vostra parola, la vostra presenza, la vostra solidarietà.

Non è stato inutile quello che avete fatto.

Realmente ci avete resi forti.

Il nostro cuore si è animato.

I nostri occhi si sono aperti.

La nostra resistenza va.

La nostra ferita si trasforma, anche se rimane sempre aperta.

E non abbiamo molto da offrirvi, ma per ringraziarvi vorremmo aprire il nostro cuore perché anche voi possiate continuare camminando e resistendo e lottando e lavorando in tutti i modi perché la pace con giustizia e dignità non sia solo una parola d'ordine ma una realtà.

A chi ci ha dato, da molti luoghi, la sua parola, il suo tempo, la sua solidarietà, il suo appoggio, la sua presenza fisica, morale o spirituale, la sua indignazione, la lotta dalla sua terra, il suo ora basta, il suo no alla svolta militare del conflitto, la sua intermediazione per cercare cammini di pace reali, la sua mano, un sorriso, un mais, una lacrima, un nailon, un'orazione, delle scarpe, una lamina, una giacca, un pezzo di legno, un pensiero, vi vogliamo ripetere: Colaval, Grazie, rendete forte il vostro cuore, animate la vostra speranza e continuate a camminare perché l'orizzonte, nonostante le nubi e le piogge, promette sole e chiarezza.

Per la Società Civile "Per il Gruppo Pastorale della Parrocchia Las Abejas" di San Pedro Chenalhò

Antonio Gutiérrez Pérez Carlos Morfin Otero, S:J:

e-mail dal S I D C A - Servizi di Investigazione e Documentazione per la Costruzione dell'Autonomia

San Cristobal de Las Casas, Chiapas, Messico sidca@laneta.apc.org Tel/Fax: (967)85816


(tradotto dal Comitato Chiapas di Torino)



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